Abbraccio del Mediterraneo
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Femminicidio -Intervista all’Avv. ANTONIO MARIA LA SCALA

Cosa significa “Femminicidio”? È un fenomeno globale?
Femminicidio giuridicamente significa omicidio aggravato, aggravato significa che alle pene basi previste per l’omicidio, ossia la reclusione non inferiore ad anni ventuno, si arriva all’ergastolo se concorrono delle circostanze come ad esempio aver ammazzato con premeditazione, aver ammazzato per futili motivi, aver ammazzato per motivi abbietti, aver ammazzato adoperando sevizie e brutalità; queste sono situazioni che comportano la pena dell’ergastolo (tipiche dei Femminicidi). Se analizzate una ad una le circostanze che ho elencato sono quasi tutte riscontrabili nei Femminicidi (omicidi aggravati) ed è sicuramente un fenomeno globale, perché la parola Femminicidio ha un senso più che altro per individuare l’autore di questi reati, non è la donna assassinata per rapina o per incidente stradale, è la donna assassinata in quanto donna , ma ha un significato più sociologico che giuridico.
Qualcosa accomuna questo fenomeno nei diversi angoli della terra?
Nei diversi angoli della terra il fenomeno è uguale ovunque, dagli Stati Uniti alla Germania che è una delle nazioni in Europa con maggior numero di Femminicidi. Il fenomeno è identico ovunque, ciò da cui scaturisce il Femminicidio spesso è la gelosia, quella voglia di possesso assoluto che l’uomo ritiene di avere nei confronti della donna, perché duemila anni di storia hanno portato a pensare questo. Ecco perché è un problema di prevenzione, di informazione e di formazione.
L’uomo non sa come difendersi con le parole, non ci riesce, è quando finisce di argomentare che uccide?
L’uomo utilizza la violenza quando non sa utilizzare le parole.
L’uso della violenza “serve”, quando l’uso delle parole non è adeguato a raggiungere l’obiettivo ed è frutto di frustrazioni dovute proprio a ciò.

Condizioni di debolezza economica possono essere una causa determinante per commettere l’atto più estremo?
Le condizioni di debolezza economica sicuramente incidono, spesso e volentieri perché è chiaro che nonostante negli ultimi quarant’anni sono stati fatti enormi passi avanti in termini di parità fra i sessi, purtroppo però il condizionamento economico continua a sussistere da parte soprattutto di molte donne che sanno che in caso di separazione o altro avranno pochissimi e inadeguati mezzi per sopravvivere.
Ritiene che ci siano leggi adeguate?
Le leggi sono adeguate e, soprattutto, se passa e diventa definitivo il codice rosso con particolare riferimento all’eliminazione del rito abbreviato per i femminicidi e all’introduzione del cosiddetto omicidio d’identità, ossia quando viene deturpato il volto o il viso di un individuo, mediante sostanze infiammabili e/o acidi.
“Denunciate è l’unica salvezza”! Ma abbiamo le risorse umane se tutte lo facessero?
Denunciare sicuramente è fondamentale! Il problema è che non è sufficiente la sola denuncia per salvare una persona, perché ci sono molti schizofrenici, pazzi che anche con sette denunce continuano ad agire; è chiaro che il punto di partenza è la denuncia ma sarebbe altrettanto importante che la denuncia abbia uno sbocco abbastanza veloce per non dire immediato, finalizzato a prevenire condotte omicidiarie.
Il braccialetto elettronico potrebbe essere una soluzione?
Il braccialetto elettronico sicuramente può essere una di queste soluzioni, anzi la ritengo la più opportuna, perché con la sola denuncia “arrestare” una persona è un po’ pochino, perché potrebbe essere innocente e perché spesso ci sono state denunce strumentali. Il braccialetto elettronico che per quanto possa essere invasivo, è uno strumento importante perché segnalerebbe ogni movimento della persona denunciata.
2 donne su 5 non sono a conoscenza delle leggi o iniziative che tutelano le donne in caso di violenza domestica e la metà ignora l’esistenza di leggi e iniziative di prevenzione. Quale potrebbe essere per lei un’iniziativa di prevenzione efficace?
Confermo che 2 donne su 5 non sono minimamente a conoscenza delle leggi. Forse direi 1 su 5, perché non le conoscono gli addetti ai lavori figuriamoci le donne comuni. Perché noi dobbiamo capire a chi rivolgerci? Non dobbiamo guardare solo a coloro che sono iscritti ai Lions, ai Rotari e ad altre importanti realtà associative ove c’è più attivismo in tal senso, ma all’80% delle donne comuni, quelle che vivono in realtà di piccoli paesi, piccoli centri abitati o anche in centri abitati delle periferie, che spesso non hanno né il tempo, né la voglia di informarsi e soprattutto nessuno che le informi. Andare nelle periferie e nei luoghi più sperduti a fare questi incontri anche coinvolgendo le comunità religiose o le scuole, sarebbe l’ideale per far si che la gente venga a conoscenza del fenomeno. Oppure fare delle campagne informative RAI, come è stata fatta 15 anni fa su l’AIDS o su altri fenomeni; lo stesso discorso sulla violenza, atteso che i numeri dei morti che ne derivano come dicevo al Convegno a Montecitorio, sono pari e superiori ai morti che sono avvenuti per mafia, camorra, ndrangheta in Italia nello stesso arco temporale.
La sua esperienza con i figli che restano, quali aspettative dovrebbero avere?
I figli che restano sono le seconde vittime, perché la prima vittima è morta e purtroppo nulla si può fare per farla tornare in vita. Bisogna lavorare molto sui minori, o come dice la nuova legge n. 4 dell’11 Gennaio 2018, sui maggiorenni economicamente non autosufficienti, che sono anch’essi vittime di femminicidio, che assistono anche loro alla morte della mamma. Per questi ragazzi è indispensabile fare dei percorsi socioterapeutici, finalizzati alla loro ripresa psichica totale, perché non si può lontanamente pensare il dramma che vivono. Poi fargli fare una vita normale dalla palestra, alla piscina, al calcetto, agli amici, alla discoteca, alla scuola, cercare di farli tornare e riprendere ad una “vita normale”, come era prima che accadesse quella vicenda tragica.
La sua pluriesperienza nelle scuole, ha convinto anche lei a coinvolgere i Millennials? Se si come?
I millennials sono coloro che sono diventati maggiorenni dopo l’anno Duemila. Sono la nuova generazione, la generazione dei Social, la generazione letteralmente drogata dai social, perché ormai trascorrono dalle 5 alle 7 ore al giorno sui social, e questo non fa per niente bene né alla salute fisica né a quella psichica dei ragazzi, che sono sempre più soli e isolati e soprattutto non hanno più contatti col vero mondo esterno. Hanno più difficoltà espositive, hanno più difficoltà di relazione, di apprendimento, perché l’esposizione per ore e ore ai social comporta un annebbiamento delle capacità di concentrazione che richiede invece una mente concentrata e libera, non offuscata e stanca. I ragazzi andrebbero coinvolti e andrebbero portati per primi loro nelle scuole, insieme ad esperti, per far capire che esempio negativo che sono coloro ancora più giovani, che già sono da anni sui social.
La ringrazio per il suo tempo e aggiungo: anche se la vittima non può tornare in vita, la nostra Associazione vuole commemorare la Donna con La Pietra Spezzata, perché non è una commemorazione fine a sé stessa ma l’inizio di un risveglio delle coscienze individuali e dell’intera collettività. È un problema comune che dobbiamo risolvere in comune.

Arianna Pigini

Arianna Pigini

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